La triade divina

Secondo la mitologia greca fu Zeus, padre degli dei, a cacciare il padre Crono e prendere possesso dell’Olimpo, il monte più alto della Grecia.

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Si racconta che la madre Rea partorì Zeus in Arcadia per impedire al marito Crono di mangiarlo. Divenuto adulto, Zeus riuscì ad uccidere il padre e a liberare tutti i suoi fratelli che erano stati divorati da quest’ ultimo.

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Sposò sua sorella Era, con la quale generò Ebe (la giovinezza) ed Ilizia (protettrice delle partorienti).

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“Era, per ultima, Giove, degli uomini padre e dei Numi,
fece sua florida sposa: con lui mescolata d’amore,
Ebe gli partorì la Diva, con Are ed Ilizia” 

La triade Era-Ebe-Ilizia rappresenta la donna nelle sue fasi: la sua giovinezza, da adulta complementare all’uomo e poi sola nell’esperienza del parto e della maternità.

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È particolare notare come il popolo greco, nonostante le varie opinioni negative sulla donna, vedeva in lei l’origine della vita e la ringraziava per questo. Durante i nove mesi di gravidanza delle partorienti, venivano fatte preghiere e sacrifici alla triade delle dee che avrebbero dovuto accompagnare e proteggere madre e figlio per tutta la gravidanza e il parto. La gravidanza e il parto sono avvertiti come un momento critico, nel quale più che mai la futura madre è tenuta a porsi sotto la protezione degli dèi.

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La figura maschile non assisteva al parto, in quanto esperienza personale della donna.

Un mito che riguarda Zeus si collega alla nascita di Atena.

Il dio ingravidò l’oceanina Meti ma per paura che un giorno un figlio lo avrebbe spodestato, come egli stesso aveva fatto con il padre, ingoiò Meti mentre ella era incinta di Atena.

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“Poi generò dallo stesso suo cèrebro Atena occhi azzurra,
indomita, tremenda, che eserciti guida, tumulti eccita, a cui le grida son care, e le guerre, e le zuffe”

Così Zeus, inconsapevolmente gravido, ebbe delle doglie che si manifestato o con un mal di testa. Da una fessura apertagli nel cranio da Efesto, uscì Atena, Dea della saggezza e della guerra.

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Questo è l’unico caso in cui il padre  “partorisce” il proprio figlio. In preda alla gelosia, Era partorisce a sua volta un figlio da sola, Efesto, il quale però viene scaraventato giù dal monte Olimpo perché era brutto e zoppo.

 

Entra in gioco anche la figura della levatrice. Durante il travaglio ad esempio, si riteneva che dovevano  essere sciolti tutti i nodi per evitare che la loro presenza influenzasse il feto, tenendolo “legato” all’interno dell’utero e impedendogli così di uscire dal ventre materno. Si credeva che la presenza di nodi impediva lo scioglimento del  cordone ombelicale, il quale poteva trasformarsi da legame di salvezza a pericolo per la vita del nascituro.

È interessante notare come fin dalla notte dei tempi, l’essere umano ha sempre visto nel parto la presenza  della forza della natura che si manifesta con una nuova vita.

Di conseguenza l’esito positivo del parto veniva affidato alla benevolenza degli dei e la salute del neonato veniva vista come una benedizione già allora.

 

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Ade & Persèfone

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Per gli antichi Greci, dopo la morte, esistevano gli Inferi. Le anime giungevano da Caronte, il nocchiero che trasportava sulla propria zattera coloro che avevano ricevuto una degna sepoltura e riceveva un obolo per il suo lavoro. Infatti ai morti veniva messa in bocca una moneta prima della sepoltura o della cremazione.

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Devi infatti sapere che anche tra i defunti l’avarizia non cessa di vivere e Caronte, che è il custode degli inferi, una divina non certo irrilevante, è lo stesso uno che non fa niente per niente. Per cui se uno muore povero, dovrà cercarsi il denaro per il viaggio e se non ce l’ha quando si presenta non gli danno nemmeno il permesso di morire tranquillo…

Davanti alle porte degli inferi si trovava Cerbero, il cane a 3 teste(o forse 50 o 100). Aveva inoltre una criniera di serpi e una coda di drago. Aveva il compito di non far uscire i morti e non fare entrare i vivi.

Le anime venivano divise a secondo della condotta assunta in vita. Il tribunale era composto da Minosse che si occupava dei casi più difficili, Predomento ai occupava dei morti di provenienza asiatica ed Eaco dei morti di provenienza europea.

Le anime più malvagie finivano nel tartaro, quelle buone ai campi elisi e quelle degli “ignavi” restavano in un limbo.

Ade, fratello di Zeus e Poseidone, era il signore degli Inferi.

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“Sorgono qui del Dio sotterraneo le case echeggianti,
d’Ade gagliardo, e della tremenda Persèfone. E il cane
terribilmente sta dinanzi alla porta: ché ignaro
è di pietà, maestro di tristi laccioli: a chi entra
agita lusinghiero la coda ed entrambe le orecchie;
ma non consente poi che esca di nuovo: lo spia,
e quando alcuno coglie che varchi la soglia, lo sbrana.”

Nessuna voleva essere sua sposa così, invaghitosi della nipote Persèfone (vergine, fanciulla)  figlia di Demetra, decise di rapirla.

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“E poi nel letto entrò dell’alma Demètra, che vita
diede alla Diva dal candido braccio, Persèfone. E lungi
poi la rapiva Edonèo dalla madre: cosí volle Giove.”

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“Fu finto che Plutone, intendendo per lui il Sole, la rapì, e portossela in inferno, perché il calore del Sole nodrisce, e conserva sotto terra tutto il tempo dell’inverno il seminato grano.”

La fanciulla raccoglieva dei fiori quando Ade uscì dal suolo con un carro trainato da cavalli immortale e la prese con sé.

IMG_20190130_204941.jpgDèmetra, la madre, era disperata per l’assenza della figlia e ottenne da Zeus il permesso di averla con sé per metà anno. Quando Persèfone tornava, annunciava l’inizio della Primavera, mentre quando se ne andava, la madre disperata, non si occupava più della natura e questo dava vita all’inverno.

Con questo mito I Greci si spiegavano il ciclo delle stagioni, il passare degli anni, quasi l’inverno fosse una “punizione”  e l’estate “una benedizione” voluta dagli dei.

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Persèfone, signora degli Inferi, era anche la mediatrice delle richieste dei mortali rispetto alle leggi di Ade.

Aveva spesso compassione dei suoi ospiti e cercava di convincere Ade ad esaurire i loro desideri.

Grazie a lei infatti, Orfeo poté chiedere indietro la sua Euridice.

 

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I messaggeri degli dei

Ammantata di vari colori,
Ìride, messaggera di Giunone, attinge acqua e apporta alimento alle nuvole.

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Iride, l’arcobaleno, era una divinità che faceva da tramite tra dei e uomini, era la messaggera dalle ali d’oro, figlia di Oceano e Teti.

Era per i marinai portatrice di bel tempo ed era la sposa di Zefiro, il vento dell’Ovest, con il quale avrebbe generato il dio Eros.

Poteva recarsi negli Inferi a suo piacimento e viveva sull’Olimpo con gli altri dei.

Iris si collega a Morfeo, dio dei sogni, tramite il mito di Ceìce e Alcione.

Alcione, moglie di Ceìce, un giorno lo chiamò Zeus perché per lei, il marito era più bello del padre degli dei.

Così Zeus si infuriò e scatenò una violenta tempesta durante la quale Ceìce perse la vita.

Alcione era molto devota alla de Era, moglie di Zeus, ed ella  vedendola pregare ogni giorno per il marito, chiamo Iride per andare da Morfeo (che prendeva la forma umana nei sogni) per far sì che Ceìce apparisse in sogno ad Alcione.

<<Ìride, — disse, —fedelissima mia messaggera, rècati velocemente nella reggia soporifera del Sonno e digli di mandare ad Alcione un sogno che, raffigurando Ceìce morto, le spieghi la verità ». Così disse, e Ìride, indossato il suo velo di mille colori, descrivendo un arco per il cielo andò come le era stato ordinato alla reggia del Sonno, che è nascosta sotto una coltre di nebbie.>>

Questo esatto momento, l’incontro tra Iride e Morfeo è rappresentato in un celebre dipinto di Pierre-Narcisse Guerin.

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– Sonno, quiete d’ogni cosa, Sonno, dolcissimo fra i numi, pace dell’animo, che disperdi gli affanni e rianimi i corpi oppressi dal lavoro e li ritempri per nuove fatiche, ordina a un Sogno, che sappia imitare forme vere, i recarsi a Trachine, la città di Ercole, e presentarsi ad Alcione con le sembianze di Ceice, come appare un naufrago. Lo comanda Giunone. –

E appena ebbe assolto la missione, Iride se ne andò, perché più non resisteva al potere soporifero del luogo: come sentì la sonnolenza invaderle e membra, fuggì via risalendo l’arco dal quale era venuta. Allora il Sonno dalla marea dei suoi mille figli destò Morfeo, un talento nell’assumere qualsiasi sembianza. Nessun altro più abilmente di lui è in grado d’imitare l’incedere che gli si chiede, l’espressione e il timbro della voce; in più vi aggiunge il modo di vestire e le parole che distinguono quell’individuo

Iride è rappresentata come una fata delle fiabe che sveglia Morfeo, un giovane dormiente.

Due elementi fondamentali sono l’arcobaleno, la scia che si lasciava dietro  Iride al suo passaggio e i papaveri, simbolo di Morfeo.

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Questo quadro potrebbe essere paragonato al mito di Amore e Psiche, qui però è Iride che sveglia Morfeo dal lungo sonno, anche se tra loro manca l’interesse amoroso.

Morfeo è uno dei figli di Ipno (il sonno) e di Notte.

Secondo la leggenda, Morfeo si avvicinava ai dormienti grazie alle sue ali e portava un bouquet di papaveri con il quale toccava gli occhi dei dormienti per donargli le illusioni realistiche che contrassegno i sogni.

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Queste immagini sono rappresentate come folletti, spiriti che lo circondano.

Secondo Ovidio, Morfeo aveva due fratelli, Phobetor (Fobetore) e Phontasos (Fantaso).

Fobetore è coluo che fa apparire figure di animali, per alcuni è il padre degli incubi: bestie e mostri spaventosi.

Fantaso invece crea paesaggi e oggetti inanimati, da lui infatti, proviene il termine fantasia.

La frase “Essere tra le braccia di Morfeo” è l’equivalente di “sogni d’oro”, prende spunto proprio dal mito ed è quindi un augurio a fare bei sogni.

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Maia, la figlia d’Atlante, congiunta d’amore con Giove,
Ermète generò, l’illustre, l’araldo dei Numi.

Ermes era figlio di Zeus e di Maia, Dea della fecondità. Era il messaggero degli dei e poteva anche esso recarsi nel mondo dei morti a suo piacimento.

Protettore dei viaggiatori e dei ladri, di lui si racconta che arrivato in Arcadia, rubò una dozzina di buoi di Admeto., scoperto da Apollo, venne portato al cospetto di Zeus ma riuscì a placare Apollo regalandogli la lira.

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Apollo allora diede ad Ermes il bastone d’oro con il quale raduna a il bestiame che divenne il “caduceo”  simbolo del dio Ermes. Sulla sommità presenta due serpenti intrecciati e due ali aperte. Secondo la mitologia greca, il caduceo era simbolo di pace e prosperità che venne confuso con il bastone di Esculapio (dio della medicina), diventando così anche il simbolo della rappresentazione del bene e del male degli uomini tenuto in equilibrio dal bastone.

Il sogno resta ancora qualcosa di affascinante che non comprendiamo a pieno, proprio come gli antichi Greci.

E ancora oggi l’arcobaleno è visto poeticamente come un ponte tra mondo terreno e mondo divino. I greci ne erano affascinati e lo vedevano come simbolo di speranza perché spuntava dopo una tempesta.

Nonostante siano passati moltissimi anni, l’uomo non smette di stupirsi davanti a questo spettacolo della natura.

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I primi uomini

Legò Prometeo dai vari pensieri con inestricabili lacci,
con legami dolorosi, che a mezzo di una colonna poi avvolse,
e sopra gli avventò un’aquila, ampia d’ali che il fegato
gli mangiasse immortale, che ricresceva altrettanto
la notte quanto nel giorno gli aveva mangiato l’uccello dalle grandi ali”

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Prometeo era figlio del Titano Giapeto e dell’oceanina Climene. La leggenda narra che gli dei affidarono a Prometeo e al fratello Epimeteo il compito di distribuire gli elementi naturali agli esseri viventi. Epimeteo decise di procedere da solo e diede tutto ai vari animali, senza avere più niente da dare agli uomini.

Prometeo allora, rubò per loro il fuoco agli dei. Secondo la versione del poeta Eschilo, il furto del fuoco fu compiuto da Prometeo quando gli uomini erano diventati troppo potenti per gli dei.

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Per riprenderlo, Prometeo, aiutato da Atena, raggiunse l’Olimpo. Ma la punizione di Zeus fu terribile: Prometeo venne incatenato ad una rupe del Caucaso dove un’aquila ogni giorno gli divorava il fegato, che ricresceva ogni notte.

Zeus invece, per punire gli uomini, decise di mandare la prima donna, Pandora (ricca di tutti i doni) , plasmata con la Creta, le venne data la vita dalle dee e venne inviata in dono ad Epimeteo che la sposò.

«Così disse ed essi obbedirono a Zeus signore, figlio di Crono. E subito l’inclito Ambidestro, per volere di Zeus, plasmò dalla terra una figura simile a una vergine casta; Atena occhio di mare, le diede un cinto e l’adornò; e le Grazie divine e Persuasione veneranda intorno al suo corpo condussero aurei monili; le Ore dalla splendida chioma, l’incoronarono con fiori di primavera; e Pallade Atena adattò alle membra ornamenti di ogni genere. Infine il messaggero Argifonte le pose nel cuore menzogne, scaltre lusinghe e indole astuta, per volere di Zeus cupitonante; e voce le infuse l’araldo divino, e chiamò questa donna Pandora, perché tutti gli abitanti dell’Olimpo l’avevano portata in dono, sciagura agli uomini laboriosi. Poi, quando compì l’arduo inganno, senza rimedio, il Padre mandò a Epimeteo l’inclito Argifonte portatore del dono, veloce araldo degli dèi; né Epimeteo pensò alle parole che Prometeo gli aveva rivolto: mai accettare un dono da Zeus Olimpio, ma rimandarlo indietro, perché non divenga un male per i mortali. Lo accolse e possedeva il male, prima di riconoscerlo

Ignorando le raccomandazioni di Prometeo che aveva affidato ad Epimeteo un vaso facendosi promettere di non aprirlo, non resistete alla curiosità e lo aprì.

Fino ad allora viveva sulla terra, lontana dai mali, la stirpe mortale, senza la sfibrante fatica e senza il morbo crudele che trae gli umani alla morte: rapidamente, infatti, invecchiano gli uomini nel dolore. Ma la donna, levando di sua mano il grande coperchio dell’orcio disperse i mali, preparando agli uomini affanni luttuosi. Soltanto la Speranza là, nella intatta casa, dentro rimase sotto i labbri dell’orcio, né volò fuori, perché prima Pandora rimise il coperchio sull’orcio.

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Dal vaso uscirono tutti i mali che afflissero l’umanità, fino ad allora incontaminata dal duro lavoro, dalla vecchiaia, dal male fisico e dalla follia.

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Però vi era un altro elemento presento sul fondo del vaso, la Speranza che confortò (o illuse) gli uomini durante la loro vita.

(Da qui la celebre dicitura: la speranza è l’ultima a morire)

Con questo mito gli antichi greci cercavano di dare una spiegazione razionale per quanto riguarda la scoperta del fuoco, “regalo” da parte di qualche dio. Il fuoco fu un elemento fondamentale e molto usato, tanto da preoccupare lo stesso Zeus per l’uso, non sempre opportuno, che gli uomini ne facevano.

Essendo presente all’epoca, una mentalità prevalentemente maschilista, “la colpa” di tutti i mali veniva data alla donna. In particolar modo per la sua funzione di seduttrice e plasmatrice della mente dell’uomo. Da lei quindi sarebbero scaturiti tutti i mali, per colpa della sua “incontrollabile curiosità” .

Ma la donna sembra infine avere un ruolo non troppo negativo proprio perché portatrice di speranza che tiene in vita l’essere umano e non gli permette di farsi sopraffare dai mali della vita. La speranza della vita che si rinnova, di una nuova vita che nasce.

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Selene, Eos ed Elio

“Teia Sole grande e la splendida Luna e Aurora, che a tutti i mortali risplende e agli immortali dei che possiedono l’ampio cielo, generò  giacendo con Iperione in amore”

Luna, Sole ed Aurora sono tre elementi del cielo, erano sacri per gli antichi greci. Essi li veneravano come divinità.

Dal sole viene la vita e alternandosi con la luna, danno origine ai giorni assicurando così lo scorrere del tempo.

L’aurora annuncia l’inizio del giorno con i suoi colori caldi e accoglienti.

A Astreo Aurora partorì I venti dal forte cuore. Lo splendente Zefiro e Borea dalla rapida corsa e Noto, lei dea con un dio congiunta in amore., dopo di lui generò l’astro Eosforo, essa la dea del mattino, e Stelle splendenti di cui il cielo è coronato. 

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Eos, l’aurora dalle rosee dita e dalla veste splendente.  Il suo incessante ardore etico sarebbe la punizione da parte di Afrodite che la sorprese a giacere con Ares.

Si potrebbe anche tradurre in immagine il desiderio che, al mattino, si sveglia e brucia le carni.

Quando Eos si invaghiva, si serviva del cavallo alato Pegaso per rapire l’amante e poi lo teneva al proprio servizio.

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È quanto successo a Titone, Eos se ne innamorò e chiese a Zeus che gli concedesse l’immortalità. Ma la richiesta, esaudita, non includeva l’eterna giovinezza., così Titone invecchiò ed Eos lo trasformò in una cicala che la salutava con un trillo all’inizio di ogni nuovo giorno.

Della loro prole ricordiamo Memnone  il quale morì in una battaglia.

Le Memnonidi, sue compagne, piansero tanto da far impietosire gli dei che le trasformarono in uccelli ed Eos, ogni mattina, piange il figlio perduto e le sue lacrime scendono sotto forma di rugiada.

Un altro sposo di Eos fu Astreo “stellato” con il quale generò Zefiro, Borea e Noto, i venti che soffiano da occidente, settentrione e meridione.

 

Una serena e calda notte d’estate, il giovane Endimione s’abbandonò al sonno in un boschetto del monte Latmio, riparato dagl’alberi. Quivi un fascio di luce pallida illuminò il suo volto, poco dopo comparve Selene per ammirarlo più da vicino. La dea s’innamorò perdutamente di quel baldo giovane, e da allora, ogni notte, scendeva dal cielo per dormire accanto a lui. Un giorno, Selene si presentò a Zeus chiedendogli sia di sposare il suo Endimione che di renderlo immortale e lui accettò, consapevole del fatto che la dea si era dimenticata di chiedere per il suo promesso anche l’eterna giovinezza,
Ai primi capelli bianchi, Selene decise, d’accordo con Ipnos, di baciare le palpebre di Endimione così da farlo dormire per sempre onde evitare che il tempo potesse continuare a nuocergli le carni. Selene così, da allora per l’eternità, si reca ogni notte di “luna nuova” sul Latmio, nella grotta dove si trova il talamo nunziale con Endimione addormentato, che la rende madre di cinquanta figlie.

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Selene con Zeus generò Pandia “tutta splendente” “tutta chiara” collegandola al plenilunio.

Una storia la vede protagonista con il dio Pan, tanto brutto e oscuro lui quanto bella e splendente lei.

Il racconto più conosciuto la vede amante di Endimione “colui che dimora dentro” ossia all’interno di una grotta.

Innamoratasi del ragazzo, lo baciò sulle palpebre e da quel momento i suoi occhi non si riaprirono più.

C’è chi dice che sia stata Selene a volerlo per poterlo ammirare per sempre.

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Secondo altri, Ipno, il dio alato del sonno, innamoratosi di questo giovane, gli avrebbe in questo modo consentito di vivere per sempre.

Secondo altri fu un dono di Zeus per evitargli la morte.

Da Selene ed Endimione nacquero 50 figlie, tante quanti I mesi di un’olimpiade e questo riporta alla tradizione secondo la quale Endimione sarebbe stato un re dell’Elide, la terra dove vennero fondati i giochi olimpici.

«Dicono pertanto i Corintj, che Nettuno venne a contesa col Sole per la loro terra; ma il loro mediatore Briareo decise, che l’istmo, e la terra a quello confinante fosse di Nettuno, e che la rupe, la qua- le domina la città appartenesse al sole. Da quel tempo dicono, che l’istmo appartenga a Nettuno.»

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Da lui viene la vita, un dono che ogni giorno viene rinnovato dal canto del gallo, l’animale a lui sacro, quando ritorna dall’altro suo regno.

Un altro animale collegato ad Elio è la capra che nutrì Zeus a Creta, e Teofane (una principessa trasformata in pecora), unita a Poseidone dalla cui unione nacque l’ariete dal vello d’oro.

La sua discendenza aveva una caratteristica particolare: gli occhi splendenti., come per esempio avevano le Eliadi, generate con Climene.

Una delle Eliadi, sarebbe stata Egle “la luce” e un’altra sarebbe stata Febe.

Il mitografo Igino, identifica le Eliadi con l’ammasso stellare delle Iadi.

Il figlio di Elio e Climene più noto è Fetonte, che osò un giorno salire sul carro del padre senza permesso, perse il controllo e precipito nel fiume Eridano, dal terribile impatto nacque un incendio che poté essere estinto solo con un diluvio universale.

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Elio e Rodo generarono sette figli, gli Eliadi. Secondo il poeta greco Pindaro, quando gli dei si spartirono il mondo, Elio non era presente. Per rimediare, Zeus gli disse che sarebbe stato di sua proprietà ciò che fosse apparso in quel momento.  Dalle acque emerse l’isola di Rodi, dove Elio si con giunse con la dea che ne portava il nome.

Un’altra storia riguarda Clizia, amata da Elio ma accantonata a causa della sorella Leucotoe.

Clizia volle vendicarsi rivelando al padre la relazione e questi gettò la figlia in una fossa. Elio però abbandonò Clizia per sempre ed ella, trasformata in girasole, fu condannata a seguirlo in eterno.

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Matrimonio 💒

“Nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita” 

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A chi non piacciono i matrimoni?Quell’aria di magia che pervade casa, parenti e amici?

Quell’amore, che sa di eterno che si sente nell’aria?

E poi le musiche, l’abito, le foto, i confetti, la chiesa, le decorazioni.

A proposito di tradizioni…

Ognuno di noi, ad almeno un matrimonio ha visto o sentito delle tradizioni inerenti.

Per cominciare, ” i fiori di arancio” indicano indubbiamente un matrimonio, questa frase risale alla mitologia greca.

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Secondo un mito, in occasione del matrimonio tra Giove e Giunone, la Esperidi, che possedevano un immenso giardino pieno di fiori e alberi, regalarono loro dei fiori d’ arancio come simbolo di augurio.

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La fede nuziale, rappresenta il concetto di unione per la forma rotonda, l’unione tra due persone che diventano una cosa sola. Il materiale usato, l’oro giallo, è simbolo dell’eternità dell’amore tra marito e moglie nella cultura cristiana.

La fede viene messa al dito anulare sinistro perché un’antica credenza egizia vuole che proprio di lì passi un’arteria che risale il braccio e arriva al cuore.

Un’altra tradizione dell’antico Egitto voleva un corteo di donne che accompagnavano la sposa per evitare agli spiriti maligni di intralciare il percorso della giovane.

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L’usanza del lancio del riso pare risalga ad un’antica leggenda del Sol Levante… Il Genio Buono sacrificò i suoi denti spargendoli nella palude per alleviare la sofferenza dei cittadini colpiti dalla carestia. L’acqua fece germogliare i denti che divennero piantine di riso e di conseguenza il riso è diventato simbolo di abbondanza, fertilità e buon auspicio.

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Il lancio del bouquet (momento più atteso e più temuto), la tradizione dice che la ragazza che riuscirà ad afferrarla sarà la prossima a sposarsi. La stessa cosa per il lancio della giarrettiera effettuata dallo sposo, il primo uomo che la prenderà, sarà il prossimo a sposarsi. La giarrettiera offre così alla sposa la possibilità di indossare qualcosa di blu che rimanda alla tradizione secondo la quale la sposa deve indossare qualcosa di blu, qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di prestato e qualcosa di regalato.

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Qualcosa di blu: il blu è associato alla lealtà, alla purezza e alla fedeltà, in passato le spose si vestivano di blu.

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Qualcosa di vecchio: simboleggia il legame della sposa con il suo passato, spesso con la famiglia di origine.

Qualcosa di prestato: simboleggia il legame tra la persona che presta l’oggetto e la sposa, come passaggio dalla vecchia vita a quella nuova.

Qualcosa di nuovo: rappresenta la nuova vita della sposa.

Qualcosa di regalato: simboleggia l’affetto che le persone vicine alla sposa provano per lei.

Le origini della torta nuziale sono remote. Per i Greci le torte erano a base di miele e farina, la prima fetta era per la sposa per augurarle prosperità e fertilità.

Con la Regina Vittoria d’Inghilterra nasce la torta nuziale a più piani come simbolo di potere della famiglia. La sua forma circolare come quella delle fedi rappresenta l’amore eterno della coppia.IMG_20181210_223445.jpg

Il viaggio nuziale viene chiamato “luna di miele” Perché durava l’intero ciclo di una luna, dove il miele fa riferimento sia alle effusioni d’amore degli sposi ma anche alla bevanda tipicamente usata per festeggiare il matrimonio.

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Il termine matrimonio deriva dal latino MATRIMONIUM, un’unione di Mater, madre e MONUS, compito. Il matrimonio era un “compito della madre” intendendolo come un legame che rendeva legittimi i figli nati dall’unione.

Nel diritto romano, il matrimonio indicava la convivenza tra un uomo e una donna.

Nel medioevo, il matrimonio si componeva di tre parti: la promessa di future nozze, scambio del consenso e il trasferimento della moglie a casa del marito.

Con il Concilio Lateranense IV venne creata l’unione tra matrimonio religioso e civile. La società ha sempre posto restrizioni al matrimonio tra consanguinei, in quasi tutte le società il matrimonio tra fratelli è vietato tranne Nell’Antico Egitto (valeva solo per la famiglia reale), la società Hawaiana e gli Inca.

Le leggi razziali adottate dalla Germania nazista, l’apartheid in Sudafrica, impedivano il matrimonio tra persone di diverse razze.

Per concludere, c’è a chi piace l’idea di sposarsi e a chi no, che sia in chiesa o tramite un’unione civile, è molto interessante conoscere queste tradizioni che fanno parte anche del nostro passato culturale.

È curioso vedere come queste tradizioni, anche molto lontane nel tempo, continuano tutt’ora ai giorni nostri.

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Il mito delle metà

“Le persone si innamorano in modi strani, forse solo sfiorandosi le mani.”

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“Un tempo – egli dice – gli uomini erano esseri perfetti, non mancavano di nulla e non v’era la distinzione tra uomini e donne. Ma Zeus, invidioso di tale perfezione, li spaccò in due: da allora ognuno di noi è in perenne ricerca della propria metà, trovando la quale torna all’antica perfezione.”

~Platone, Simposio

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Nell’amore romantico, due anime gemelle sono due persone con affinità spirituali e sentimentali, animi affini quasi predestinati ad incontrarsi e amarsi.

Questo concetto viene rappresentato dalla “mezza mela” secondo cui le anime sono complementari come due parti di una mela tagliata a metà.

Da qui nasce il mito dell’anima gemella: alla ricerca perenne di qualcuno che possa completarci nei difetti e nell’animo.

Secondo questo mito, all’origine dei tempi, gli esseri umani erano composti da quattro braccia, quattro gambe e due teste.

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Zeus, invidioso della loro felicità decise di dividerli, come conseguenza ogni essere umano cerca di ritrovare la proprio la completezza, e secondo il mito greco, la coppia poteva essere formata da due donne, da due uomini o da un uomo e una donna.

Questo mito seppur cruento, vuole insegnarci come nella vita solo la sofferenza ci può portare alla realizzazione dei più grandi desideri dell’anima.

Esiste una credenza orientale secondo la quale, ogni persona porta, fin dalla nascita, un invisibile “filo rosso” legato al mignolo della mano sinistra che lo lega alla propria anima gemella.

Il filo inoltre è indistruttibile: le due persone sono destinate prima o poi ad incontrarsi.

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Lo stesso Tao cinese è un simbolo che rappresenta due opposti che combaciano, lo Ying e lo Yang, il bene e il male, il giorno e la notte, ma anche l’uomo e la donna.

“Se questo stato è il più perfetto, allora per forza nella situazione in cui ci troviamo oggi la cosa migliore è tentare di avvicinarci il più possibile alla perfezione: incontrare l’anima a noi più affine, e innamorarcene. Se dunque vogliamo elogiare con un inno il dio che ci può far felici, è ad Eros che dobbiamo elevare il nostro canto: ad Eros, che nella nostra infelicità attuale ci viene in aiuto facendoci innamorare della persona che ci è più affine; ad Eros, che per l’avvenire può aprirci alle più grandi speranze. Sarà lui che, se seguiremo gli dèi, ci riporterà alla nostra natura d’un tempo: egli promette di guarire la nostra ferita, di darci gioia e felicità.”

Dal punto di vista soggettivo, la vicinanza tra due anime gemelle è dovuta al fatto che si incontrano solo se si trovano entrambe nel “posto giusto, al momento giusto”.

Si può incontrare un’anima gemella diversa a seconda del periodo di vita in cui ci si trova.

Dal punto di vista oggettivo, l’incontro tra le due anime non dipende da luogo e tempo, ma dalla capacità delle anime di consentire alla loro naturale attrazione di realizzarsi, indipendentemente da tutto.

‘Ti amerò fino al giorno dopo l’eternità’

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